Dante e l’evoluzione della lingua

Lessico e plurilinguismo dantesco alle radici dell’Italiano. Come si è evoluto il nostro modo di parlare

SANTA MARIA A MONTE Con il tempo tutto cambia e anche la lingua in Italia si è evoluta. Nel ‘200 dal latino dei dotti e dei chierici si passa a una frammentarietà di dialetti, fino all’utilizzo di alcuni di essi in letteratura, grazie alla Scuola poetica Siciliana e al Dolce Stil Novo. È Dante, però, nelle sue opere, e in particolare nella Divina Commedia, a nobilitare il volgare fiorentino e trasformarlo in una lingua letteraria conferendole un prestigio duraturo. Ha adeguato il linguaggio in base alla situazione narrativa, spaziando da quello popolare – con espressioni quotidiane nell’Inferno – a quello teologico, scientifico e filosofico nel Paradiso, dando vita a un poliedrico plurilinguismo e pluristilismo, come lo ha definito Gianfranco Contini. Dante non fu certamente il primo a utilizzare il volgare in letteratura, però successivamente alla Divina Commedia, il volgare fiorentino diventò una lingua capace di esprimere qualsiasi argomento e fu anche il punto di riferimento e il primo nucleo di un’identità linguistica comune a una compagine politica, l’Italia, che era ancora un concetto sconosciuto. Dante fu fra i primi a parlare d’Italia, quando questa era ancora divisa in Signorie, e a credere nell’importanza di una lingua unitaria che corrispondesse a un territorio e a un popolo, come testimoniano alcuni versi della Commedia: «Le genti del bel paese là dove ’l sì suona», «l’Italia di dolore ostello». Il lessico italiano è stato ampliato da termini cui Dante ha attribuito nuovi significati, come magnificare, da magnus facere usato nel significato di «lodare», oppure profano che dall’originario «fuori dal tempio», oggi significa estraneo alla religione, oppure quisquilia «impurità, elemento superfluo». Alcune espressioni proverbiali della nostra lingua sono calchi danteschi: «Fa tremar le vene e i polsi» per indicare qualcosa di spaventoso o un compito gravoso e difficile, «Stare freschi» che non è un’espressione «giovanile» come si potrebbe pensare, ma anche alcune citazioni come galeotto o frasi divenute idiomatiche quali «Non mi tange», «Senza infamia e senza lode» o «Cosa fatta capo ha» che è una rielaborazione di «capo ha cosa fatta». La Divina Commedia ha avuto così tanto successo che il suo linguaggio, con qualche trasformazione, è diventato la base dell’italiano attuale. Peccato che noi oggi, per sembrare più bravi e grandi, utilizziamo termini che non appartengono all’italiano sottovalutando così la nostra lingua.

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