I ragazzi staffette della Memoria

Diventare cittadini consapevoli significa non girarsi dall’altra parte o, per dirla con Primo Levi, uscire dalla zona grigia e riconoscere gli errori del passato per costruire un futuro ma anche, e soprattutto, un presente migliore. Con queste parole Antonella Restelli, autrice del libro Memoriae. Territori nazifascisti 1943/45, ci ha esortati a diventare staffette della Memoria, depositari di un passato che non deve assolutamente essere dimenticato. Il libro della filmmaker bolognese si compone di una parte testuale e di una parte grafica che integra e supporta le parole delle donne intervistate. Marta, Diamantina, Ada, Maria, Nella, Isolina e Elisa sono le vere protagoniste di questo prezioso testo, in cui con garbo e delicatezza l’autrice si è fatta da parte per dare spazio alle loro storie, fatte di dolore, perdite, lacrime ma anche struggente verità. Così queste donne hanno rotto il muro di silenzio, regalando un pezzo della loro vita ad Antonella e a chi come noi ha avuto il privilegio di leggere il libro e dialogare, sebbene a distanza, con l’autrice. Sentire dalla sua voce la storia di Maria Rudolf, che durante una delle loro chiacchierate le ha mostrato il numero di matricola tatuato sul braccio, quel numero che Antonella ha sfiorato, provando un’emozione quasi indicibile anche a distanza di anni, ci ha fatto capire la necessità della Memoria. Certo ricordare non è facile, ma per queste donne è stato necessario per tornare a vivere. Per Vittorio Restelli, padre dell’autrice, rimasto in silenzio quasi per tutta la vita, il ricordo è stato, invece, come un vestito sporco da togliersi di dosso. Antonella ci racconta di aver scoperto la vera storia del padre, custodita in una scatola chiusa in una valigia dentro un armadio, solo pochi anni prima che lui morisse. Da allora ha smesso di essere una pagina bianca per lei, che ha rimpianto gli anni in cui si era scontrata con quell’uomo che credeva diverso e, invece, era stato uno dei 650mila internati militari che per combattere contro il Regime aveva sopportato la vita nell’inferno del Lager. Se la storia è magistra vitae, da essa dovremmo imparare. Eppure i migranti che nel gennaio scorso sono stati lasciati al freddo senza scarpe e giacche a vento dalla polizia bosniaca per impedire loro di scappare ricordano tanto, troppo, i deportati nei campi di concentramento, privati al loro ingresso di tutto ciò che avevano, anche della dignità. Allora le parole di Primo Levi risuonano più forti che mai: considerate se questo è un uomo, che non conosce pace e che muore per un sì o per un no.

Classi 2A, 3C

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