Hikikomori, dialogare solo coi social

Hikikomori… Letteralmente questa parola significa ‘stare in disparte’, ‘isolarsi’. Deriva da hiku «tirare» e komoru «ritirarsi». Come tante persone, neanche noi conoscevamo l’esistenza di tale vocabolo, fino a quando un nostro compagno, appassionato degli anime e dei manga, ci ha parlato della trama di una serie intitolata «Welcome to NHK». Questa sigla NHK non indica l’emittente televisiva giapponese, bensì Nihon Hikikomori Kyokai (associazione giapponese hikikomori). Il protagonista è un ragazzo che da 4 anni è recluso nel suo piccolo appartamento di Tokyo. Il personaggio incarna lo stereotipo dell’hikikomori giapponese. Gli hikikomori sono, infatti, persone che rifiutano il contatto con il mondo esterno e si chiudono all’interno della propria stanza. Queste persone non accettano i legami personali fisici, mentre sostengono relazioni tramite i social e video-giochi, che non rappresentano, però, la causa scatenante del fenomeno. Il loro stile di vita è differente da quello comune: il ritmo circadiano sonno- veglia è invertito, pertanto stanno svegli di notte e durante il giorno dormono. Per questo motivo, nei casi più estremi, non incontrano i familiari neanche durante i pasti che si fanno lasciare davanti alla porta di camera. La solitudine prolungata fa perdere le abilità comunicative e le competenze sociali. Gli anni dell’adolescenza sono molto delicati, poiché può sorgere il fenomeno, in quanto, proprio in questa fase di vita, si possono verificarsi degli episodi di bullismo o delle perdite di autostima dovute a brutti voti. Il ragazzo comincia a non voler andare a scuola, inventandosi scuse di ogni genere e abbandona l’attività sportive. E’ fondamentale intervenire in questo primo stadio del disturbo. In questa fase i genitori e gli insegnanti svolgono un ruolo importante di prevenzione: indagare sulle motivazioni del disagio può evitare il passaggio ad un livello più critico, che richiederebbe un intervento lungo anche anni. Sarebbe assurdo ritenerlo un fenomeno esclusivamente nipponico, dato che si è diffuso nei paesi industrializzati del mondo con caratteristiche diverse secondo i luoghi. Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, ha scoperto che nel nostro paese ci sono più di 100mila casi di hikikomori, mentre in Giappone più di un milione. Associazioni come Hikikomori Italia stanno facendo il possibile per sensibilizzare l’opinione pubblica intorno a questo disagio. Le statistiche raccolte fino a oggi descrivono l’hikikomori come un fenomeno quasi esclusivamente maschile. Alcuni studi parlano del 90% di uomini contro il solo 10% di donne. Questa sproporzione è giustificata con il fatto che i maschi sono soggetti di più alle pressioni di realizzazione sociale.

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