La pandemia vista con gli occhi dei ragazzi

«Mi chiamo Samuele e frequento la 2 F, ho tredici anni …tutto normale per ora? No non direi. La prima media si è interrotta velocemente, la seconda è cominciata in modo un po’ strano, con lamascherina, le restrizioni e i distanziamenti: non toccatevi, non state vicini,non date i primi baci. Che fatica non poter sperimentare tutto quello che ci raccontano i più grandi cioè “ le cavolate”. Vorrei fare un salto indietro, provare a non privarmi di questa opportunità cioè dell’opportunità di avere 13 anni ». «Sono Francesco e torno al 5 marzo 2020. Ho provato una certa soddisfazione quando inizialmente si presentò la soluzione di poter studiare senza andare a scuola : che bello!!! ma non è stato così’ per sempre. Non andare a scuola ha significato rinunciare al tempo libero, alle uscite, a riconoscere i volti degli amici, a non vedere i parenti o gli affetti più cari. Sono fiducioso, credo a chi dice che tutto finirà». «Sono Edoardo, porto gli occhiali, ho i capelli castani e le mie labbra? Le mie labbra non so quando potrete vederle. La dad non mi piace, mi sono sempre chiesto da dove sia uscito questo virus. Ho ascoltato tutte le campane senza però capirci niente. Voglio vivere senza mascherina!! ». «Eccomi sono Stefano,una vita in dad o a scuola mascherati, che noia!! Un gelato gustato di sottecchi, tante regole da sopportare. Finirà… forse». «Mi chiamo Giulia, da un anno assisto a ciò che non avevo previsto per la mia adolescenza: mascherina, paura di contagiare le mie nonne, impossibilità di uscitre liberamente, godermi la spensieratezza dei miei tredici anni. La scuola facendo la dad è faticosa e in presenza e una fatica enorme perché non possiamo essere noi stessi, tutto è un rischio!». «Il mio nome è Rachele: ricordo l’entusiasmo del primo momento in cui ci fu comunicato di restare a casa: io da pantofolaia quale sono mi dilettavo nei più svariati passatempi, dal giardinaggio alla lettura. Non è durato molto questo entusiasmo, la cosa si è presentata più seria delprevisto. Che dire? In questo tempo ho preso confidenza con il giapponese e ho imparato ad andare in skate. Cosa dovrò ancora inventare?». «Serena è il mio nome e serena vorrei che fosse la mia vita adesso. Non mi manca tanto per esserlo, mi manca solo la normalità. Le mie paure sono un po’ quelle di tutti… Che nonno prenda il coronavirus, la pulizia eccessiva e la paura di virus e batteri, il timore di rimanere sola, il timore che finisca il gel per le mani per potersi igienizzare».

Classe 2F

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