D’Adamo: lezione contro il razzismo

Lo scorso gennaio nove classi della nostra scuola si sono riunite in palestra per un incontro con lo scrittore Francesco D’Adamo sul suo ultimo libro Antigone sta nell’ultimo banco, che racconta la storia di Jo, una ragazzina della nostra età che scopre in prima persona la questione dei braccianti clandestini. Perché ha deciso di scrivere un libro sul razzismo? «Credo che ce ne sia il bisogno, perché il razzismo è una cosa orrenda, spaventosa, che sta tornando fuori anche in Italia. Avevo voglia di raccontare una storia su un sentimento che è la pietà, sulla capacità di commuoversi davanti a certi avvenimenti, a certe immagini di cui abbiamo bisogno». A cosa si è ispirato? «Alla tragedia di Antigone, una storia di coraggio ripresa e letta da migliaia di anni, e al fatto di cronaca del ragazzo bracciante pagato a nero rimasto insepolto per 21 giorni, una brutta storia avvenuta qualche tempo fa. Mi sono ispirato anche alle azioni di Carola Rackete, una donna tedesca che ha salvato la vita di centinaia di migranti andando contro la legge per fare la cosa giusta». Si può risolvere il problema dell’immigrazione clandestina? «I movimenti migratori ci sono sempre stati e sempre ci saranno, quindi pensare di fermarli è contro la storia. Bisogna imparare a vivere insieme, non bisogna trovare soluzioni, dobbiamo metterci in testa che chiudersi dietro a muri, che siano fisici o mentali, non serve a nulla. I muri creano soltanto divisione, paura, odio, rancore, guerra. I muri non servono a niente. Bisogna invece costruire ponti, imparare a parlare con tutti, a comunicare con tutti, a capire tutti, perché non abbiamo altra scelta se non andare incontro a tutti, soprattutto a chi è diverso da noi, perché è dalla diversità che viene fuori la differenza». In quale personaggio del libro si è identificato? «Quando scrivi un romanzo devi diventare qualcun altro perché se io racconto la storia di una ragazzina e non riesco a immedesimarmici il romanzo non funziona. Ogni volta lo scrittore deve essere bravo a identificarsi in qualcuno completamente diverso. In un certo senso lo scrittore deve fare lo stesso lavoro dell’attore, che diventa chiunque. Diciamo che mi posso identificare con il papà di Jo, che scopre che il ragazzo è morto di fatica». Qual è il suo rapporto con la scuola? «Ho insegnato alle superiori finché mi è venuto in mente di diventare uno scrittore: ho sperato di sbarazzarmi dei ragazzi, ma il mio sogno era proprio quello di rapportarmi con voi e quindi continuo a vedervi anche ora».

Classe 2D

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