Dalla solitudine alla resistenza

Nelle aule virtuali si parla di storia. La distanza che la Dad impone non ci fa desistere. Ripartiamo dalla memoria, da nomi che appartennero a persone in carne ed ossa e non da teorie o date. Parliamo di gesta di uomini e dell’unità d’Italia, di quell’Italia che abbiamo acclamato nei balconi, cantando e battendo le mani. La critichiamo e la rinneghiamo, poi la riscopriamo molteplice e creativa. E quindi quest’anno il 25 aprile ha assunto un sapore diverso. La libertà, celebrata in modo un po’ scontato in questi anni di governo repubblicano, torna ad essere un tema attuale. Abbiamo sentito sulla pelle il bisogno fisico di libertà. Eravamo abituati a spostarci di continente in continente. Niente ci veniva vietato, non concepivamo il concetto di limite. Adesso anche la spesa diventa un rituale, ci sono regole e controlli a cui sottostare. Le norme hanno invaso lo spazio privato e contaminato il libero arbitrio. Ecco che quest’anno il 25 aprile è riuscito ad irrompere con forza emozionandoci. Torniamo con la mente alla festa della liberazione, ai tristi anni quaranta che videro l’Italia dilaniata dalle barbarie del conflitto mondiale: persone, villaggi e opere d’arte oltraggiate. Tutto profanato e interi paesi rasi al suolo. Ma in quei momenti di strazio la voglia di un nuovo inizio spinse gruppi di uomini a ripartire e ad abbandonare i paesi per rifugiarsi nelle montagne. Erano partigiani. Si allontanarono dalla società per riconnettersi ad essa. Spesso la guerriglia organizzata dalle forze di liberazione contro le truppe nazifasciste si determinava attraverso una modalità “attendista”. Uomini isolati e sparpagliati tra le intemperie, soli dinanzi a una svolta che si sarebbe rivelata epocale, attendevano per giorni, settimane o addirittura mesi l’arrivo del nemico e l’avvenire di una nuova era. È in quegli istanti di attesa che quei combattenti devono aver toccato il senso profondo dell’esistenza, tra idealità e realtà. Ed ecco il comune denominatore che unisce individui appartenenti a epoche apparentemente antitetiche: la solitudine dell’uomo dinanzi all’imprevedibilità del divenire. Ieri era l’uomo di fronte allo spettro dei totalitarismi, oggi di fronte a una Natura che ci rammenta quanto siano non raggirabili le sue leggi. Fermarsi di colpo ci ha fatto piombare in un di silenzio inaudito e ha dato la possibilità di riflettere su noi stessi e sul nostro tempo. Adesso dobbiamo valutare nuovi modi d’essere nel mondo e, proprio come quei partigiani solitari negli altipiani, lottare per realizzare futuri migliori.

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