“Gli hikikomori sono tra noi”

Si può abbandonare il mondo reale per scegliere di vivere davanti ad un computer? Pare proprio di sì. Basta una ricerca in rete per trovare una strana parola giapponese: “hikikomori” che significa stare in disparte, isolarsi, rifiutando ogni contatto con le persone. E si scopre anche che l’Italia è la nazione europea con il maggior numero di adolescenti, 70 mila tra i 12 e i 18 anni, reclusi volontariamente nella loro camera. Per saperne di più abbiamo incontrato Giovanni Bigi, il presidente dell’Associazione Valdarnese di Solidarietà di San Giovanni, impegnata da 37 anni nella prevenzione delle dipendenze: Perché si diventa hikikomori? «L’hikikomori si è perso per paura. Per il timore di non riuscire a vivere il rapporto con chi lo circonda. Si convince di non essere all’altezza e si sente sempre giudicato. Da qui il rifiuto sempre maggiore della presenza fisica, anche affettiva, dell’altro, perfino del resto della famiglia. E decide di trovare conforto in una realtà virtuale». Si rifiutano anche di andare a scuola? »Certo. Incapaci ormai di relazionarsi e di vivere le emozioni legate al contatto con gli altri, al sentirsi amici o nemici, all’essere accolti dagli insegnanti e dalla classe, scappano dal confronto e si chiudono in casa. Se uno studente si perde dietro la tecnologia, anche se per certi versi utile e meravigliosa, alla fine non ha più il coraggio di guardare negli occhi gli altri. Gli anni scolastici si gettano così. Andare a scuola è faticoso. C’è bisogno di studiare ma soprattutto di entrare in relazione con i compagni e gli insegnanti». In Valdarno ci sono gli hikikomori? Com’è possibile aiutarli? «Sì, il fenomeno esiste anche da noi ed è in crescita. Fino a qualche anno fa i nostri “hikikomori” si contavano sulla punta delle dita. Oggi sono molto più numerosi e per farli uscire non possiamo prenderli di peso. Con pazienza bisogna gettare le basi di un dialogo, all’interno di un gruppo inclusivo, e creare occasioni di ascolto per far ritrovare loro entusiasmo e autostima». Quali responsabilità ha la famiglia, se ne ha? «I genitori hanno sicuramente colpe perché spesso inconsapevoli o assenti. In molti casi le famiglie danno troppo, vi accontentano in tutto, facendovi smarrire il senso di guadagnarsi le cose. Tendono a dare beni materiali ai figli piuttosto che disponibilità e presenza. Insomma il babbo o la mamma brontolano poco, non si aprono con i loro ragazzi e, peggio, non li ascoltano sul serio, convinti di sapere tutto. La famiglia, quindi, non si mette in discussione e non prende coscienza di un cambiamento accelerato nel mondo e nelle relazioni. Il genitore dovrebbe attivare un amore responsabile, capace di dire anche dei ‘no’. E’ perché ti voglio bene che devo dirti ‘basta’, se occorre”.

Classe 3C

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