Giacomo Leopardi, l'”Infinito” poeta

Intervista a Franco D’intino, leopardista di fama internazionale, professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea a «La Sapienza» di Roma. Professore, il 2019 è stato un anno ricco di appuntamenti sul tema dell’Infinito. Quale è stato l’aspetto più interessante di queste giornate di studi che hanno coinvolto anche scienziati e astronomi? «L’idea più interessante è stata proprio quella di coinvolgere specialisti, studiosi di altre discipline che hanno visto Leopardi con occhi diversi: con gli occhi di chi studia il cosmo, per esempio, gli astronomi ma anche i matematici, i fisici. Ognuno di loro ci ha dato altri strumenti per capire queste parole di Leopardi, per allargare la prospettiva, che non è solamente e puramente letteraria ma anche di altro genere». Quale motivazione profonda, secondo lei, ha spinto Leopardi a scrivere l’Infinito? «È una domanda molto difficile! Leopardi ha scritto l’Infinito nel 1819. Il 1819 è stato un anno critico per lui: ha vissuto in una solitudine profonda, aveva un problema molto grave agli occhi, non vedeva, era quasi cieco. Ma non solo: il 1819 è, soprattutto, l’anno in cui ha provato a fuggire di casa. Fuggire di casa nel 1819 a Recanati non era uno scherzo, era una decisione impegnativa, sofferta. Evidentemente Leopardi era in una condizione di profondo disagio rispetto al mondo in cui viveva, ai familiari, al paese in cui si trovava. Io credo che abbia voluto, scrivendo L’infinito, ritrovare una propria identità solitaria. Da solo nella natura, confrontandosi con l’infinito, per perdersi magari, ma anche forse per ritrovarsi al di fuori del mondo noto e quotidiano. Credo che si tratti di una poesia che risponda ad un’esigenza di fuga, di solitudine e di riflessione su di sé, di isolamento rispetto al mondo. Una condizione molto adolescenziale, in un certo senso». L’Infinito è una poesia molto nota: rileggendola e ristudiandola, cosa l’ha colpita? Cosa ha visto di nuovo? «Vedere una cosa nuova nell’Infinito non è facile. Quello che mi ha colpito, e mi colpisce sempre, è il fatto che l’Infinito termina su una nota di felicità assoluta, di dolcezza, cosa che non è usuale in Leopardi. C’è una condizione estatica, di grande solitudine, come si diceva prima, e di ritrovata felicità, alla fine di un percorso straniante. Questo è abbastanza inusuale in Leopardi e mi colpisce sempre quando lo rileggo».

Classe 3A

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