Artemisia e la forza delle donne

Il 23 gennaio scorso abbiamo visitato il museo degli Uffizi e ci siamo imbattuti in molti quadri mozzafiato, dal gotico al rinascimento, ma un quadro ha particolarmente attratto la nostra attenzione. Si tratta di “Giuditta che decapita Oloferne“ dipinto da Artemisia Gentileschi nel 1620. Il quadro rappresenta l’episodio biblico di Giuditta che, con l’inganno, riesce a uccidere il nemico della sua città, Oloferne. L’uomo è steso su un letto a tre materassi, coperto solo da un lenzuolo rosso. Giuditta, con una spada, trafigge il collo dell’uomo e si allontana come se non volesse sporcarsi con il suo sangue, mentre la sua ancella gli immobilizza le braccia e le gambe. Il dipinto colpisce soprattutto per l’aggressività della protagonista che contrasta con le figure femminili che appaiono sulle tele del museo. Ma cosa si nasconde dietro questa immagine? Questa rappresentazione così cruda è in realtà un atto di denuncia della pittrice che si è battuta per affermarsi in un mondo dominato da pregiudizi e violenze. Artemisia Gentileschi e la sua passione per l’arte erano cresciute nella bottega di suo padre, il pittore Orazio Gentileschi. Nonostante a quel tempo le donne non potessero esercitare delle professioni, Artemisia riuscì ad emergere in un settore dominato dall’uomo. Ma visse anche una tragedia personale. A 18 anni fu violentata da parte di un amico fidato del padre, nonché suo maestro di prospettiva, Agostino Tassi che, benché fosse già sposato, le propose un matrimonio riparatore. La pittrice rifiutò e decise di affrontare un lungo e umiliante processo in cui venne screditata e addirittura torturata. Successivamente si trasferì a Firenze e grazie alla sua determinazione divenne la prima donna ad entrare in un’accademia. Tante donne, nei secoli, hanno lottato per vedere riconosciuti i loro diritti. Nel 1967 Franca Viola rifiutò il matrimonio riparatore dopo essere stata violentata. Fu grazie alla sua coraggiosa denuncia che venne modificato l’articolo 544 c.c. che prevedeva che “il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato”, e la violenza sessuale da atto contro la morale divenne reato penale. In seguito venne insignita dell’onorificenza di grande ufficiale dell’ordine al merito della repubblica italiana. Ancora oggi si registra un preoccupante numero di atti di violenza sulle donne che possono arrivare femminicidio, che in più dell’ 85% dei casi viene commesso da persone “fidate”. Il 70% delle vittime aveva chiesto aiuto alla polizia. Sia Artemisia Gentileschi che Franca Viola sono un simbolo perché hanno dimostrato di essere non solo vittime ma prima di tutto donne con voglia di riscattarsi.

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