Quando Viareggio diventò una Repubblica

Viareggio ha un cuore che freme. Ce lo dice lo stemma che la città, prima e unica in Italia, si dette il 17 aprile del 1848 nell’entusiasmo della Prima guerra d’indipendenza: uno scudo tricolore sul quale venne posta un’ancora d’oro, a ricordare il mare e, soprattutto, la voglia di libertà e di indipendenza della sua gente. E se ne ricordarono i viareggini, il 2 maggio 1920, quando il Viareggio Calcio sfidò l’Unione Sportiva Lucchese. Arbitro il lucchese Rossini, guardalinee il viareggino Morganti, la partita finì con un pareggio forse immeritato. Ci furono tafferugli, in campo e fra il pubblico. Fu necessario l’intervento dei carabinieri. Poi, quando tutto sembrava finito, il carabiniere Natale De Carli, nel corso di un diverbio, senza alcuna provocazione, sparò e uccise Augusto Morganti. E la città insorse. Fallito un tentativo di linciaggio (De Carli trovò rifugio nella caserma dei carabinieri), la gente si armò prendendo di mira i locali del tiro a segno e di una caserma di artiglieria. La caserma dei carabinieri fu posta sotto assedio, furono erette le barricate, interrotte le linee del tram, chiusi i negozi. Le guardie rosse presidiavano le vie di accesso alla città. Era nata la Libera Repubblica di Viareggio. Stava succedendo di tutto, e la notizia arrivò fino a Roma. Francesco Saverio Nitti, capo del governo, passò tutti i poteri al generale Nobili. Viareggio fu isolata e sottoposta a un assedio che durò dal 2 al 4 maggio. Non era, ovviamente, una questione di pallone, anche se una partita fu la causa occasionale della rivolta. In realtà quelli che seguirono alla Prima guerra mondiale furono anni di fortissima tensione: per la guerra, che la maggior parte dei soldati aveva subito e non voluto, per la miseria che ne era seguita, per la fortissima repressione messa in atto da guardie regie e carabinieri, e certo in città non si era dimenticato l’eccidio di Decima Persiceto, dove i carabinieri avevano ucciso dieci persone, e che era avvenuto solo un mese prima. La Libera Repubblica Viareggina fu il tentativo degli operai di prendere nelle proprie mani il proprio destino. Un anticipo dell’occupazione delle fabbriche, che sarebbe venuta a settembre. Ma intanto, che fare, come sbloccare la situazione? Qui emerge il ruolo di saggia mediazione esercitato dalla Camera del lavoro e da Luigi Salvatori, l’”avvocato dei poveri”, come era chiamato. Lo ricordiamo con le parole di Sandrino Petri, sindaco di Viareggio nel Dopoguerra, che aveva vissuto i fatti di Viareggio: “durante i moti del ‘20 ricordo un comizio improvvisato, sui tavolini di un caffè. Prima aveva parlato Viani: violento, tribuno esagitato, novello Danton alla moda. L’intervento di Salvatori fu invece un invito alla calma e alla ragionevolezza”. Salvatori si rese subito conto che la rivolta non poteva propagarsi fuori dalla città, e, senza tradire le ragioni dei rivoltosi, iniziò una trattativa con le forze politiche e militari che riuscì a evitare alla città un drammatico bagno di sangue.

Classe 2A

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