La rabbia: lo scudo della paura

Fabio Toffano da anni fornisce assistenza pedagogica alle famiglie e alle scuole alle prese con ragazzi “difficili”. Abbiamo chiesto un suo parere. Secondo lei, come si possono affrontare gli haters che si annidano sui social? «I bambini e i ragazzi di cui mi occupo sono tutti potenziali haters molto arrabbiati prima di tutto con se stessi e, di conseguenza, con il mondo che li rifiuta. Vedo, prima di tutto, persone che hanno un malessere interiore. Purtroppo non credo ci sia modo di attuare un vero contrasto: internet è, per sua definizione, una rete incontrollabile e amplifica qualità e difetti: se sei intelligente lo utilizzerai in modo intelligente, se sei arrabbiato, lo utilizzerai odiando. La mia tesi di laurea aveva come titolo “l’Educazione alla bellezza”, proporrei, quindi, una sana educazione al bello: la bellezza brilla di evidenza propria e nell’odio non c’è niente di bello». Esistono differenze tra le forme di odio tradizionali e quelle attuali? «Non ci vedo grandi differenze, si tratta solo di “incontrare” il canale che ti permette di sfogare la tua rabbia: lo stadio, la politica, il gruppo, uno sport. Sicuramente qui ti metti in gioco in prima persona, rischi anche fisicamente, vedi in faccia il tuo “nemico”; nella rete, invece, è tutto più asettico ed anonimo, ma la rabbia rimane la stessa». Ci siamo confrontati e abbiamo sviluppato una “scaletta” di emozioni negative che portano una persona a diventare un hater: senso di inferiorità, gelosia, invidia, frustrazione, odio, rancore. Cosa ne pensa? «Mi trovo spesso nelle scuole ad affrontare il problema del bullismo: in genere mi diverto a far recitare ai ragazzi delle piccole scene dove loro, a turno, fanno i bulli e io quello che li subisce. In genere, arrivo molto velocemente dove voglio portarli, a capire cioè che, se rimani nella dimensione di rabbia di un bullo, non hai molti argomenti perché quanto più lo contrasti tanto più lui si rafforza inchiodandoti nel suo terreno. E’ il meccanismo che, nel mio mestiere, si chiama oppositivoprovocatorio. Io insegno invece a portarlo in un territorio che non conosce, che dimostra forza interiore, che guarda con tenerezza alla sua rabbia, alla sua disperazione, alla sua paura. Tra quelle menzionate da voi ragazzi, a mio avviso, manca l’emozione inaspettata e più importante che agisce inconsciamente ed in modo profondo in un bullo: la paura. Sotto ogni rabbia c’è sempre una paura. Questo è forse l’obiettivo finale che mi prefiggo in ogni mio intervento correttivo: portare le persone a conoscere la paura che agisce sotto la loro rabbia, per trasformarla in speranza. La paura vede vicoli chiusi e bui, la speranza vede strade aperte, infinite e luminose. Questo, forse, contrasterebbe il fenomeno in modo profondo e durevole».

Classi 2A, 2C

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