Il calcio per unire e non dividere

«Il calcio è un paio di occhiali per osservare il mondo»: parola del giornalista sportivo Massimo Cervelli che attraverso il calcio tratta la storia, i costumi e la società. Che cos’è il calcio? «E’ un fenomeno di massa dove si provano le emozioni universali: la gioia, la sorpresa fino alla rabbia e alla violenza. Vi si riflettono aspetti positivi e negativi della società: dalla condivisione alla discriminazione. Il razzismo ad esempio è sempre esistito: negli anni ’50 i bersagli erano gli emigranti meridionali mentre oggi è il colore della pelle. Il calcio può combatterlo: quando un pallone rimbalza conta solo quello che sai fare e non se sei povero, ricco, bianco o nero. Assurdi i cori razzisti quando i tifosi stessi hanno in squadra i loro beniamini di colore. Il lato meno pulito è quando entrano in gioco gli interessi». Il calcio ha il potere di unire le classi sociali? «Oggi sì: allo stadio ci vanno tutti senza distinzioni ma non è sempre stato così. Nel periodo fascista con le leggi razziali, il calcio ha diviso la popolazione. Hirst ebreo e nazionale tedesco venne espulso dal Karlshrue, con cui aveva vinto molto, e ucciso ad Auschwitz. Vittime delle leggi razziali anche due grandi allenatori: Erbstein e Arpad. Il calcio è stato anche usato, soprattutto dalle dittature per discriminare atleti e tifosi». Che differenze fra il calcio di ieri e di oggi? «Prima prevaleva la passione. La domenica era un rito, tutti si riunivano alla stessa ora per ascoltare o guardare i pochi programmi sportivi. Poche le occasioni di vedere i propri campioni e si doveva soprattutto immaginare. I giornalisti del passato erano bravissimi a raccontare e stimolare la fantasia. Oggi il calcio ha perso tali caratteristiche così come gli stili nazionali». Che cosa intende per stili nazionali? «Prima c’era la scuola ungherese, sudamericana o inglese: nel gioco le nazionali rispecchiavano il carattere del popolo di appartenenza. Il catenaccio italiano è nato dopo la II guerra mondiale. Gli italiani avevano perso tutto anche la fiducia. Il complesso di inferiorità nei confronti degli altri li portava a difendersi ad oltranza. Oggi, con la globalizzazione, le tattiche si sono omologate». Le piace di più il calcio tradizionale o di oggi? «Sono differenti. Prima era meno veloce e meno spettacolare di oggi ma ogni squadra aveva un giocatore bandiera e il senso di appartenenza si sentiva. Oggi più di ieri è importante educare fin da piccoli ad un approccio giusto con il calcio. Le squadre giovanili fanno troppa pressione sui ragazzi che si sentono giudicati dai compagni, dall’allenatore, dai genitori e da loro stessi. Educare a perdere, accettare la sconfitta significa migliorare anche la società».

Classe 3B

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