Fiabe di fate, villani e principesse

Sono ancora qui, un anno dopo, ancora in veste di reporter per La Nazione, ad aggirarmi tra i vicoli del mio paese, per realizzare un’inchiesta sulle fiabe. Come al solito, per un reporter è duro trovare qualcuno disposto a raccontare. La gente è diffidente, e comunque non vuole condividere le proprie storie, soprattutto quando sa che vanno a finire sul giornale. Dopo tante porte sbattute in faccia, finalmente qualcuno mi apre, si chiama Aldo, ma non vuole rivelare il cognome. All’argomento fiabe, però, s’illumina. Mi fa aspettare sulla porta, lo sento scendere in cantina, poi riemerge con un grosso libro: «Sono tutte qui!, è il libro che mi leggeva sempre mio padre». Inizia a leggere la sua preferita, io resto immobile, non dico che fa freddo, e che sono stanco di stare in piedi, perché ho paura che lui ci ripensi, e io perda la mia occasione di scrivere il mio articolo. Quindi sto zitto e ascolto, stando attento a non perdere neppure una sillaba, perché il patto è che non posso registrarlo. La storia è questa: «C’era una volta una principessa che non rideva mai ed era la più infelice ragazza del mondo. Il padre disperato aveva chiamato a corte tutti i principi della terra perché provassero a farla ridere… ma niente… nessuno ci riusciva e la principessa triste invecchiava e incrudeliva… Intanto la storia ha un altro lato, l’altro lato del paese, quello in cui non c’erano castelli né cavalieri, ma solo contadini poveri e taglialegna. Il più grullo di tutti si chiamava Sarciniello, camminava all’alba per il bosco, quando vide tre fate piccine piccine addormentate sull’erba, tutte intirizzite e inzuppate dalla brina. Sarciniello che era sì “bietolone”, ma di cuore buono, stando attento a non svegliarle gli costruì intorno una bella capannina ninnina ninnina, calda calda, dove le fate potevano ninnare alla grande. Risvegliatesi nel teporuccio della nuova capannella, le fate decisero di ricompensarlo con una fatagione: dall’alba al tramonto del giorno appena iniziato ogni desiderio di Sarciniello si sarebbe avverato. Ma la fatagione si sa: è chiara alle fate ma non al fatato! Così Sarciniello non sa del nuovo potere che ha. Si mette come ogni giorno a tagliare la sua legna, ma quando la tira su, non riesce, e siccome è bietolone per risolvere il problema decide di tagliarne ancora. E si stupisce molto che, ad ogni nuovo taglio, il peso non diminuisca affatto. Spazientito, monta sul fascio di legna e le dice:“Ah! quand’è così allora facciamo che sei tu che porti me!”. Prodigio della fatagione: la legna si mette a camminare e porta Sarciniello fin sotto al balcone della principessa, la quale, vedendo arrivare quel cencio di cavaliere a dorso del suo fascio di legna, scoppia a ridere così sonoramente che tutto il paese corre in piazza ad applaudire Sarciniello. E il re, per decreto, gli dà sua figlia in sposa.

PER APRIRE LA PAGINA CLICCA QUI