I Tomei, una lunga dinastia di naviganti

“Quel mucchio di casipole è abitato da pescatori, “gente di mare”, dicono essi… i quali hanno la pelle più dura del pane che mangiano… giacché il mare non è sempre gentile“. Verga alla fine dell’Ottocento, nella novella Fantasticheria, descrive la vita stentata dei pescatori, il destino che li lascia cadere su quello scoglio, a cui si attaccano con rassegnazione coraggiosa, la religione della famiglia che indica loro la strada da seguire. Allo stesso modo il signor Egisto Tomei ripercorre le tappe dell’epopea della sua famiglia. A quale età ha iniziato a navigare, e perché? «Avevo 15 anni e ne ho trascorsi 40 in mare. Era il lavoro della mia famiglia da secoli, il Mare era il mio futuro…». Quindi non è l’unico della sua famiglia ad essere andato in mare? «No, ma sono stato l’ultimo. Tutti dalla fine del ‘700 ci sono andati. I Tomei vengono dai monti, si sono adattati al mare diventando costruttori e naviganti e così fino a me». Quali rotte ha percorso? «Ho solcato i tre Oceani. L’Atlantico il più minaccioso, mentre il Pacifico è stato degno del suo nome. Giappone, Africa, Australia, Polinesia, Micronesia e Melanesia sono solo alcuni dei luoghi che ho potuto ammirare». Ha vissuto esperienze particolari? «Sì, i tramonti e le albe sul ponte della nave, il mare in burrasca, il terremoto nelle Filippine, la risalita controcorrente del fiume Congo con il motore a mille giri, con la paura di urtare le rocce e fare la fine delle carcasse di navi che vedevamo lungo le rive». Le mancava la famiglia? «Era forte la mancanza dei familiari, per questo non avrei voluto che i miei figli facessero i marinai; non è una vita “normale”, sei sempre lontano, distante da tutto. A ben vedere, gli Uomini di Mare non sono “politici”, come potrebbero esserlo, la politica è per Gente di Terra». Su quali imbarcazioni navigava? Qual era il suo ruolo? «Navi commerciali, ma anche passeggeri. Brigantini goletta a due alberi con vele quadre e a rande, oppure navi goletta a tre alberi, si chiamavano Sandrina, Chiara, Maria Teresa ed Emilia. Ho fatto carriera sulle navi: da semplice mozzo sono diventato direttore di macchina, cioè mi occupavo di tutto ciò che “fa muovere la nave”. Ci può raccontare la storia del Museo della Marineria a Viareggio? «I marinai lo chiedevano già 70 anni fa, ma niente. Poi finalmente un “vecchio” mercato ittico è stato ristrutturato ed è diventato un “nuovo” museo. Contiene tutto ciò che riguarda le navi in legno dei nostri cantieri, le rotte, il pescato, i naufragi, tutto sulla navigazione a vela. C’è un reparto dedicato ai palombari famosi che recuperarono, a 100 metri negli abissi, un prezioso tesoro di oro e argento dalla nave Artiglio, c’è infine il Delfino Matilde che guida i visitatori nel paradiso dei cetacei tra Mar Tirreno e Mar Ligure».

Classe 1B

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