“Ragazzi, un’àncora per un ancòra”

Norcia, la nostra città, col suo territorio è ricca di testimonianze materiali ed immateriali, fragili per natura e purtroppo a rischio di perdita per i ripetuti sismi ed il parziale spopolamento che ne è seguìto. In questo anno scolastico, abbiamo riflettuto sull’importanza di conservare ricordi e tradizioni. Ci siamo confrontati con nonni, zii, genitori e anziani del luogo, intervistandoli sulla vita ai loro tempi. Hanno condiviso un’ inattesa quantità di memorie, facendoci anche rileggere con occhi nuovi il nostro rapporto con loro. Come era la scuola. La mattina presto, per andare a scuola, si percorreva a piedi tanta strada, anche con neve e pioggia. Per scaldare l’aula, ognuno da casa portava a spalla un pezzo di legno per la stufa. Il grembiule era nero con fiocco bianco. Non c’erano classi e l’insegnante era unico. Per tutte le materie c’era un solo libro. Si scriveva con pennino e calamaio su quaderni dalla copertina nera. Prima delle lezioni si pregava e, all’arrivo di un adulto, ci si alzava in piedi. Erano punizioni le bacchettate sulle mani o lo stare in ginocchio sul sale grosso. Il tempo libero. Dopo scuola, le ragazze svolgevano faccende domestiche, accudivano gli animali o aiutavano i fratelli nei compiti; i ragazzi, invece, aiutavano nei campi i genitori. Gli svaghi venivano dopo i doveri. Si giocava a “bottonella” (vinceva chi si avvicinava più al bottone tirato); a “zumpittu” (antenato della campana); a Campi, si faceva il “gioco di Santa Lucia” (bambini in fila sulla porta di Sant’Andrea erano cipolline che la santa –capofila – cedeva ad una ad una allo “zoppo” – fuori fila – per non aver bruciata la casa). La TV l’avevano in pochi e la sera si andava a casa loro, nonostante la strada non illuminata e la paura degli animali. Occasione d’incontro erano la messa domenicale o le feste di paese, alcune tuttora esistenti in Valnerina. Feste popolari. Per l’Epifania persone, con organetto e tamburello, cantavano di casa in casa la “Pasquarella”, in cambio di noci, uova o altro. A Sant’Antonio Abate si benedivano gli animali appendendogli collanine di pasta. Per il “Piantamaggio”, festa di saluto alla primavera e di buon auspicio per il raccolto, si tagliava e innalzava, in campo non coltivato, il tronco di un pioppo con in cima un ramo di ciliegio fiorito. La fiera del “Sienti ‘n può”, a metà agosto, era occasione d’ ingaggio tra garzoni del posto e “norcini” attivi in altre regioni. Per ricordare il percorso degli Angeli, nel trasporto della casa della Madonna a Loreto, si accendevano fuochi, “li Fauni”. Detti popolari. La saggezza popolare che si adegua ai tempi dettati dalla natura è tutta nel detto ricordato da molti: “se Patino (il monte) mette il cappello (neve, nebbia) vendi le capre e compra il mantello;/se Patino cala le brache vendi il mantello e compra le capre”.

Classi 2A, 2B, 2C

PER APRIRE LA PAGINA CLICCA QUI