La violenza che rallenta i popoli

È successo che in classe, il 25 novembre, è stato proiettato un video, un monologo di due attori italiani che sul palco dell’Ariston inscenano la storia di due ragazzi innamorati. L’amore si trasforma in un incubo per Alessandra, la protagonista, vittima prima della gelosia del marito, sempre giustificata dalla stessa. Una gelosia che si trasforma in violenza verbale e fisica. Alessandra, fortunatamente, denuncia, scappa. Succede che ai David di Donatello alcune bellissime attrici pronunciano frasi talmente radicate nella nostra cultura, da sembrare normali, scontate: «Chissà cosa ha fatto quella lì per lavorare», «certo, anche lei però, se va in giro vestita così », «te la sei cercata». Succede che poi qualcuno in classe racconta storie personali, che ci stupiscono. Ma se le parole sono la traduzione del pensiero, come si può educarlo alla non violenza? Poiché una delle cause di femminicidi e violenze è il basso livello d’istruzione, può la scuola insegnarci da subito a superare stereotipi culturali attribuiti alle donne, evitando così di cadere in banali considerazioni? Si può, con l’educazione scolastica, imparare a non usare frasi relative, per esempio, all’abbigliamento di una donna nell’ambiente di lavoro, dove si verificano abusi? Violenze o ricatti sessuali sono presenti in più ambiti lavorativi. Se si prende in esame l’indagine condotta su alcune giornaliste, emerge che l’85% di esse dichiara di aver subito molestie sessuali come battute a sfondo sessuale, insulti e svalutazione almeno una volta nel corso della vita professionale. Un documento importante, che stabilisce l’uso del linguaggio da usare nella ricostruzione di femminicidi e abusi, è il Manifesto di Venezia, un «manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione, contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini». Nella ricostruzione di un femminicidio non dovrebbero essere usate parole come: “amore malato” che è l’ accostamento di due parole con significato opposto, perché l’amore è il contrario di violenza; “lei lo tradiva” è un dettaglio privato che crea un alibi che colpevolizza la donna oppure “se l’è cercata”, il che significa colpevolizzare la donna e giustificare gesti ingiustificabili. La scuola ci potrebbe aiutare a rispettare le differenze, a capire che le parole non sono neutre, che potrebbero lasciare delle ferite, che formulare un pensiero gentile significherà parlare con gentilezza, sempre. Se, come è riportato nell’ art. 3 della Costituzione, «tutti i cittadini hanno pari dignità… senza distinzione di sesso», dovremmo imparare, come cittadini liberi e civili a convivere nel rispetto dell’uguaglianza. Le parole sono importanti, usiamole correttamente.

Classe 3B

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