Una storia che solca i mari di tutto il mondo

La storia comincia quando nel 1819 Maria Luisa ordina la costruzione di una darsena, «dove si potevano costruire quei belli ordigni che con la prua solcano i mari». Lucca, piccolo stato indipendente, fino ad allora non aveva avuto un suo porto. La duchessa amò Viareggio e fece la sua fortuna. Negli anni, dal 1840 al 1920, trionfa la vela, sono anni gloriosi per la nautica di Viareggio. A Barcellona, a Valencia, a Port Bou, a Cadice e, perfino oltre Atlantico, quando all’orizzonte i marinai sui moli scorgevano un veliero dalla linea semplice, ma elegante, esclamavano: “È viareggino!” Tutti distinguevano la leggerezza e la sveltezza con cui solcava le acque, la capacità di quei coraggiosi capitani di gareggiare con onde pericolose e infide. Lo afferma Tobino, nel libro “Sulla spiaggia e di là dal molo”. Quali erano i velieri che alla fine dell’800 navigavano nel Mediterraneo e giungevano nel nostro porto? Abbiamo voluto ricordarli nelle loro caratteristiche. Il Cutter, parola che deriva dall’inglese “to cut”, ovvero tagliare le onde, era nato, sulla fine del ‘700, come piccola nave da guerra, finanza o guardia costiera. Gli Elbani lo caricavano di vino, laterizi, calce e carbone, mentre, da Napoli, arrivava pieno di pasta alimentare, che veniva venduta al dettaglio sotto la Torre Matilde. A Viareggio il cutter a palo, chiamato dagli Inglesi Landy, cioè Goletta, ebbe il nome di Pinco. Il brigantino goletta, in inglese shooner, era il più comune dei nostri velieri. Portava merci di ogni genere con un equipaggio di sei-otto uomini, compreso capitano e cuoco. La Paranza, chiamata così perché ce ne volevano un paio per tirare la rete a strascico, aveva uno scafo di 12-14 metri, un fiocco di bompresso e una bella vela latina. Fu sostituita, nella pesca, dopo la prima guerra mondiale, dal trabaccolo, arrivato da noi per evitare i pericoli della guerra nell’Adriatico. Il Trabaccolo portava una grande vela chiamata comunemente trabaccola ed, essendo quasi piatto, per adattarsi ai porticcioli adriatici, aveva un enorme timone che gli impediva lo “scarroccio”. La pasta alla “trabaccolara” prende il nome dai marinai di questa imbarcazione, che a bordo cucinavano una pasta povera, fatta con pesci di fondale meno pregiati o non interi. Il Barcobestia non era molto comune, ma nel porto di Viareggio se ne potevano vedere di belli. Si crede, ma non è sicuro, che il suo nome derivi dall’inglese the best bark. Un’altra imbarcazione tipica era il Navicello, esistente già in Puglia nel ‘700. Restò poi scafo versiliese, adatto in particolare al trasporto di marmo per porti di maggiore importanza, come Genova e Livorno. I nostri cantieri mantengono ancora alta la bandiera viareggina con prodotti richiesti in tutto il mondo. I fragili velieri di ieri sono stati sostituiti da oggetti con tecnologie avanzate e oggi navigare è diventato un gioco da ragazzi.

Classe 3E

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