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Se la vita è ‘social’…

INUTILE dire che siamo nell’era tecnologica, ormai gli schermi sono più importanti della visione reale: ci fidanziamo con un messaggio, parliamo sui social e ci vergogniamo di interagire dal vivo. L’abitudine di crearsi identità alternative sui social porta con sé il pericolo di costruirsi delle vite parallele e immaginarie, con la conseguenza di sentirsi esclusi nella vita reale, soli e mai all’altezza. Il bisogno di trascorrere sempre più tempo sui social, la conseguente riduzione delle ore di sonno, la difficoltà di creare rapporti reali con gli altri sono tutti fenomeni che possono portare ad ansia e depressione. NELLE situazioni più estreme si raggiungono livelli particolarmente gravi come il caso degli “hikikomori”, ragazzi e ragazze dai 14 ai 28 anni che si chiudono nella propria stanza anche per lunghi periodi senza uscirne mai, nemmeno per mangiare. Dal sondaggio fatto utilizzando un campione di 150 studenti della nostra scuola, di età compresa tra 12 e 14 anni, è emerso che tutti utilizzano almeno un social network per circa un’ora o due al giorno, soprattutto ‘whatsapp’. Pochissimi di noi li evitano quando sono in compagnia, permettendo allo smartphone di distogliere l’attenzione dalla comunicazione face to face e, spesso, anche dallo studio. D’altra parte, comunicare attraverso i social permette a molte persone di restare connesse con amici non necessariamente vicini o presenti in quel momento, con uno scambio di informazioni immediato ed efficace. Sono dunque molte le critiche che si possono rivolgere alla tecnologia, ma di certo non può essere considerata solo da un punto di vista negativo. Sono tantissime le applicazioni che ci hanno migliorato la vita: basti pensare ai medici che operano utilizzando computer e micro-dispositivi, a tutte le applicazioni a sostegno delle disabilità, al materiale digitale a disposizione dei docenti, che permette di superare tante barriere, una su tutte la dislessia. A SEGUITO di un caso particolare accaduto in Inghilterra, l’Oms ha deciso di annoverare la dipendenza da videogame nel capitolo sulle patologie mentali dell’International Classification of Diseases (Icd). Riflettiamo sul punto di vista di chi sostiene che l’abuso della tecnologia non sia la causa di un problema ma, semmai, una moderna conseguenza: Christopher J. Ferguson, professore di psicologia alla Stetson University, insieme ad altri 28 professionisti, critica la posizione dell’Oms in quanto sostiene che questa dipendenza sia in genere il sintomo di disordini meno evidenti come depressione, ansia o problemi di attenzione.

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