Campionato di Giornalismo la Nazione

Esiste veramente il fair play?

SIAMO UNA generazione che ha sempre assistito ad episodi di razzismo negli sport, ma soprattutto nel calcio lo rintracciamo negli atteggiamenti sia dei giocatori sia dei sostenitori. Si tratta ad esempio di insulti basati sul colore della pelle o a partire dalla provenienza del giocatore, che fanno parte dei cori negli stadi. L’ Europa è al centro di questi episodi come si può vedere nel comportamento di alcuni tifosi italiani che negli ultimi anni hanno espresso il razzismo nelle diverse competizioni anche internazionali. La nostra città è stata segnata con due lutti da un episodio storico, l’incidente della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool, tenutasi nello stadio decadente dell’Heysel. A seguito di questa tragedia, nel 1985 venne elaborata la Convenzione europea sulla violenza e i disordini degli spettatori durante le manifestazioni sportive, segnatamente nelle partite di calcio, attualmente ratificata da 42 Paesi. In seguito a un’altra strage, quella di Hillsborough nel 1989, per migliorare le strutture degli impianti vennero introdotte norme più severe come le telecamere a circuito chiuso. Il fenomeno è tornato alla ribalta con gli scontri tra i tifosi della partita Inter-Napoli del 26 dicembre 2018 nel percorso di avvicinamento allo stadio. Culminati, come noto, con quattro feriti e un morto, il 39enne Daniele Belardinelli. Era un ultras dell’Inter proveniente da Varese con daspo precedenti per reati da stadio, anche se al momento non risultava avere alcuna limitazione. Sono in corso le indagini per confermare le ipotesi sul colpevole e i suoi complici. In aggiunta a San Siro durante la partita, ci sono state espressioni razziste contro un difensore partenopeo, il senegalese Kalidou Koulibaly. A volte sono gli stessi giocatori a dare il cattivo esempio con comportamenti antisportivi come i falli o gli insulti, ma più spesso sono i tifosi ad attaccare i giocatori in maniera verbale e i sostenitori dell’altra tifoseria in maniera fisica. Lo stadio diventa l’espressione del territorio in cui si trova, infatti non è una realtà a se stante. Con la scuola lavoriamo sul fair play e l’etica sportiva con riflessioni e concorsi a premi, ma spesso il mondo degli adulti è il primo a non darci il buon esempio. Secondo voi il calcio e lo sport più in generale possono generare questa grande rabbia? Per una sconfitta della propria squadra del cuore si può arrivare ad episodi estremi come mettere fine alla propria vita come è avvenuto dopo la finale dei campionati del mondo Brasile Uruguay del 1950? Potremo andare mai da soli allo stadio a vedere una partita di serie A? Forse non oggi, ma in futuro speriamo!

Classe 1B

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