Campionato di Giornalismo la Nazione

La scuola delle nonne

FREQUENTAVO la prima media, come si diceva all’epoca, e questa era la mia scuola: era piccola in un paese della Maremma con grandi finestre in legno da cui si godeva il meraviglioso panorama di cipressi e ulivi. Nell’ingresso troneggiava una grande stufa a legna in cotto a tre piani; sul lato destro dell’ingresso un piccolo tavolo con l’inmmancabile caffettiera e le tazzine in vetro, appoggiate su tovaglie di lino dove gli insegnanti potevano gustare un caffè nel momento di pausa. I banchi erano di legno, uniti a due posti e distribuiti per file, sul piano inclinato c’erano solo due quaderni, il calamaio, l’inchiostro ed il pennino… Era obbligatorio indossare il grembiule nero con il colletto bianco per i maschi e il grembiule bianco con il fiocco rosa per le femmine. Anche alcune materie erano destinate ai soli maschi ed altre alle sole femmine. Mia nonna mi diceva che a scuola aveva imparato a leggere, a scrivere, a rammendare e cucire, mentre mio nonno, così ricorda, le elementari nozioni di elettricità, di falegnameria. Avevamo pochi libri che chiudevamo in piccole e semplici cartelle di cuoio. I quaderni con foderina nera lucida; due a righe e due a quadretti, un solo libro che conteneva le materie di studio, un astuccio, completava il corredo scolastico. Le maestre e i professori erano severi e gli alunni molto educati e rispettosi nei loro confronti. Quando un alunno veniva rimproverato o messo in punizione dietro la lavagna, rimaneva in silenzio. A casa i genitori lo rimproveravano quando riferiva ciò che a scuola era successo: un pugno ad un compagno, una risposta poco educata... Quando i nostri insegnanti entravano in classe, ci alzavamo tutti in piedi e dicevamo: «Buongiorno signora maestra! Buongiorno signor professore!». Noi ragazzi raggiungevamo la scuola a piedi, anche chi abitava lontano camminava per chilometri, non si scoraggiava neanche con la pioggia o sotto i raggi del sole infuocati, perché non c’erano nè automobili nè scuolabus. Solo alcuni bambini, più fortunati, avevano la bici. Però la nonna mi ha raccontato che, anche se non avevamo tutto quello che noi abbiamo oggi, eravamo comunque felici, perché ci ritenevamo fortunati di poter andare a scuola e poter imparare a leggere e a scrivere e dunque assicurarci un futuro. C’erano però i meno fortunati, ossia quei bambini che non potevano studiare anche se lo desideravano, perché dovevano lavorare nei campi, aiutare la mamma nelle faccende domestiche allevare i fratellini più piccoli. Cosi erano le famiglie di allora, numerose e patriarcali.

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