Campionato di Giornalismo la Nazione

La nostra esperienza col disagio

«BRUTTA zingara», «Quattr’occhi », «Sembri un maschio», «Sei troppo magra», «Non capisci niente », «Sono una detenuta». Parole diverse ma con un unico significato di fondo: il disagio che provocano. Siamo persone diverse, ma tutte abbiamo provato almeno una volta il disagio. C’è S. che racconta il perché in terza elementare ha smesso di andare a scuola. «Io non mi offendevo perché mi chiamavano zingara, ma perché mi dicevano “Brutta zingara”. Io sono fiera di esserlo, di avere questa cultura e queste tradizioni». C’è A., che racconta la situazione di disagio che proprio in questo momento sta provando. «Definirei disagio la situazione “carceraria” che purtroppo sto vivendo … Sono giorni buttati via, tutti identici e privi di senso. Ti senti fermo, inutile, vuoto, concentrato ad aspettare il giorno del fine pena, mentre al di fuori di queste mura c’è gente che fa progetti, crea famiglie, case, lavora». C’è chi ha preso forza da situazioni in cui non si è sentita adatta, come E. «Quando ero piccola c’erano persone che mi volevano male e quando andavo a scuola mi aspettavano davanti alla porta per dirmi quanto ero sbagliata, quanto ero inutile e come loro sapevano tutto, al contrario di me». C’è chi come A. ha preso forza da questa situazione ed è cresciuta. «Tante persone mi hanno insultata ma io non ci volevo fare caso. Cercavo di non sentirle queste cose e sono andata avanti». Chi si è sentita sola come S. per un costume di carnevale sbagliato, per una ciabatta, per una lingua differente o perché arrivata in un Istituto Penale. «Quando sono arrivata in carcere per la prima volta mi sentivo sola, come se fossi un’ombra. Pensavo che tutte le ragazze mi guardassero male. Ero chiusa e sola». E poi chi, come S. ha vissuto come una colpa il suo essere molto magra. «All’inizio provavo rabbia, anche se poi pensandoci mi sono resa conto che non mi interessa. Ogni persona ha qualcosa di bello e di brutto, e bisogna piacersi così come si è». Storie, racconti e vissuti, che insieme tessono una tela che ha il sapore dolce amaro tipico di chi, come noi, ha vissuto e conosciuto forse troppo nella propria vita. Ma con un retrogusto di speranza, che permette di intravedere sfumature di luce, tra una sbarra e l’altra. «C’è da dire che il disagio genera altro disagio. E se siamo qui, per la maggior parte dei casi significa che c’è qualcosa che ci ha spinto a fare quello che abbiamo fatto. Comunque, malgrado la noia, i pensieri e la convivenza forzata, si cerca sempre di sorridere alla vita, di pensare al futuro e di non essere troppo giù di morale, nella speranza che un giorno si possa migliorare ».

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