Campionato di Giornalismo la Nazione

Le multinazionali del dolore

«NESSUN bambino dovrebbe mai impugnare uno strumento da lavoro, perché gli unici strumenti che un bambino dovrebbe tenere in mano sono penne, matite e giocattoli ». Questo potrebbe essere lo scatto di una bella fotografia, in cui c’è quasi sempre l’immagine di un ‘pallone’, l’ amico dei bambini, che li aiuta a rilassarsi, a gareggiare e a Crescere! Il pallone, infatti, rimane uno dei simboli che accomuna tante generazioni. Tanta gente lo guarda ‘rotolare’ da una parte all’altra, tifando, come in un rito tribale, per un colore o per un altro, ma pochi, davvero pochi, si pongono il problema che quell’ aria, rivestita di cuoio, forse, è stata confezionata da bambini, in luoghi poveri e privi di ogni tutela. Perché proprio bambini e non adulti devono cucire palloni per giocare e scarpe per correre? I bambini hanno le mani piccole e riescono facilmente a rendere quel filo importante e famoso, a scapito della loro sofferenza. Vengono ‘adescati’ da multinazionali, come Adidas e Nike, in Pakistan, Indonesia, Vietnam, Cambogia e in altri luoghi del mondo; come un ragno che tesse la propria tela, così le grandi fabbriche creano scarpe e palloni da calcio, sfruttando la manodopera a basso costo. IL SALARIO medio giornaliero di un lavoratore è di 50 centesimi per circa 12 ore di lavoro e gli operai, cioè i bambini, sono esposti perennemente a malattie, perché lavorano a stretto contatto con i vapori di colle, solventi e vernici. Le ribellioni e gli scioperi sono oppressi con torture e uccisioni da parte delle polizie locali. È tutto così assurdo, se si pensa che il materiale per creare una scarpa Nike costa 4,7 dollari, la manodopera 1,3 dollari e che al pubblico il prodotto viene venduto al prezzo di 125 dollari! I bambini non sono ‘giocattoli’, dovrebbero avere la libertà di vivere la loro infanzia e di sfogliare un libro, ma come fanno, se la loro «pancia rumoreggia terribilmente»? Lo scrittore T. B. Jelloun, nel suo racconto «La scuola o la scarpa», parla di un giovane maestro, che ritorna nel suo piccolissimo villaggio dell’Africa occidentale, in cui è nato, per insegnare ai bambini ciò che sa. NEL «VILLAGGIO del nulla» per studiare non ci sono sedie, non ci sono banchi, non ci sono lavagne e i bambini che non hanno da mangiare, preferiscono cucire scarpe e palloni di cuoio per pochi centesimi, piuttosto che frequentare la scuola. Il maestro si chiede come possa spiegare il valore dell’istruzione a bambini che soffrono la fame. A questa domanda né lui, né noi sappiamo rispondere, ma possiamo scrivere di quelle piccole manine, che come le nostre, meritano di crescere senza dolore e senza violenza.

Classe 2G - Tutor: Anna Garreffa

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