Campionato di Giornalismo la Nazione

L’America divisa da un muro

TIJUANA e San Diego, Ciudad Juárez ed El Paso, Nuovo Laredo e Laredo, Matamoros e Brownsville: città poste sulla sponda tra il Messico e gli Stati Uniti che accolgono complessivamente più di dieci milioni di persone, specchio l’una dell’altra; gemelle, anche se di frontiera, contigue, seppur tagliate in due. Da ovest ad est il confine corre lungo quattro stati USA (California, Arizona, Nuovo Messico e Texas), lambendo sei regioni messicane (Bassa California, Sonora, Chihuahua, Cohauila, Nuovo Leon e Tamaulipas). Il labile filo si distende da un’ indeterminata zona ad ovest, caratterizzata da terre desertiche (“desert borderlands”), fino a bagnarsi nelle acque del Rio Bravo (“river borderlands”) per poi svanire successivamente nei gorghi del Golfo del Messico. LUNGO 2000 miglia, 653 delle quali già provviste di reticolati e sistemi di protezione, ogni giorno 50.000 veicoli e 25.000 pedoni attraversano ufficialmente le stazioni di confine: ad alcuni passaggi di frontiera ci sono diciotto corsie che vanno verso nord e sei che procedono verso sud; ma al di fuori di questo circuito ufficiale, tra rovi e pietraie infuocate, torme di disperati, all’insegna del sogno americano, tentano di riversarsi negli USA con i mezzi e gli stratagemmi più impensabili, lungo un percorso della speranza che alimenta traffici illeciti di uomini e cose. NELL’ALTRO campo la crisi finanziaria, la disoccupazione galoppante e i timori per la sicurezza interna hanno accelerato un percorso per cui, dal canto suo, il governo degli Stati Uniti, già da oltre venti anni, ha deciso di blindare questa frontiera con alte muraglie e una caccia serrata all’ispanico illegale. Inutile dire che non è certo questa la risposta al problema immigrazione. Al recente proclama ad effetto del neopresidente degli Stati Uniti «Avremo un grande muro al confine» sarebbe auspicabile replicare con una riflessione più profonda, partendo magari da queste parole, scritte nell’ormai lontano 1987 da Gloria Anzaldúa nel suo libro semi autobiografico Borderlands. La frontiera: «La frontiera Stati Uniti-Messico è una ferita aperta dove il Terzo Mondo viene a scontrarsi con il primo e sanguina. E prima che si cicatrizzi, sanguina di nuovo, il sangue vitale di due mondi si mescola per formare un terzo paese, una cultura di frontiera. I confini sono creati per definire i luoghi sicuri e quelli insicuri, per distinguere noi da loro. La frontiera è una linea di divisione, una striscia sottile lungo una ripida scarpata. Una terra di frontiera è un luogo vago e indeterminato creato dal residuo emotivo di una barriera innaturale».

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