Campionato di Giornalismo la Nazione

Una vita migliore di là dal mare

UNA VITA migliore: ecco cosa cercano le persone che lasciano la propria terra e la propria casa, pronte a tutto pur di arrivare in Europa. E anche loro: Abubakar Ibrahim, Lamarana Barry, Bakary Sanyang e Osagie Imasuen cercavano una vita migliore. Povertà, abbandono, dittatura e malattie costringono le persone a scappare dai propri villaggi e dalle proprie città. «Nel mio paese in pochi possono permettersi un piatto di riso» ci dice Osagie; «con la dittatura non c’è più libertà» ribadisce Bakary, fotoreporter che con i suoi servizi ha denunciato le violenze del dittatore del suo paese; « nel mio paese si muore d’ebola» spiega Lamarana. In un incontro ci hanno raccontato le loro storie, coinvolgenti e piene di speranza; ci hanno narrato il terribile viaggio che dall’Africa li ha portati qua. Sono per molti aspetti storie simili, poiché l’unica rotta per attraversare il Mediterraneo con i barconi è quella libica. Dal Niger ogni lunedì partono dei pickup, con i quali attraversano per vari giorni il deserto, diretti in Libia. A bordo ci sono più di trenta persone « Devi stare attento a non cadere o nessuno ti verrà a riprendere» spiega Bakary. Ai posti di blocco se non hai soldi vieni picchiato, torturato o sottoposto a scariche elettriche. In Libia giungono nelle città, come Sebha. «La Libia è un posto pericoloso» raccontano; i bambini impugnano armi e hanno quest’ordine «se vedi un nero, spara». Così i migranti vengono chiusi nei ghetti, vecchi palazzi dove alloggiano anche seicento persone «gli insetti ti camminano addosso, non ci sono bagni e si deve dormire a terra» in attesa di essere trasportati a Tripoli per imbarcarsi. Nel ghetto ci puoi stare anche dei mesi, sei costretto a lavorare e a pagare tutte le volte che viene richiesto. Bakary ricorda l’odore pungente della benzina quando, chiuso nel portabagagli dell’auto con altre tre persone per tre ore, è stato trasportato a Tripoli. Una volta sulla costa, i migranti aspettano all’aperto, anche per giorni, i barconi. Alcuni di loro, a volte, si rifiutano di salire sul barcone perché non si sentono pronti, ma quando parti non puoi più avere paura. Il viaggio dura 8/9 ore. Si naviga su grossi gommoni che arrivano a trasportare 140 migranti; per poter salire pagano più di €1500. Le condizioni di sicurezza sono precarie e può capitare che il gommone, come quello di Bakary, si buchi. «Ci siamo spogliati per tamponare l’acqua con i vestiti, pensavamo fosse finita per noi». Loro sono consapevoli che non potranno raggiungere le coste italiane su questi gommoni, sperano quindi di arrivare nelle acque internazionali per poi essere soccorsi; solo allora il loro viaggio potrà dirsi concluso.

Classi 2A, 3A

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