Campionato di Giornalismo la Nazione

La “butega” di un tempo

COL PASSARE degli anni sono cambiate le abitudini, ecco cosa ci hanno raccontato i nostri nonni: fino alla metà del ‘900, nell’alta Lunigiana, non c’erano i supermercati che ci sono oggi, c’erano le botteghe, o meglio, le osterie con annessi i negozi; poche erano le esigenze quotidiane e la spesa comprendeva quasi esclusivamente gli alimenti basilari, come olio, pasta, riso, zucchero; unico sfizio erano le “Marie”, i famosi biscotti per il caffellatte. D’altronde il vino era in cantina; il latte si mungeva nella stalla o si andava a prendere dal pastore. Il pane, per risparmiare qualche lira, si faceva in casa: la“ fugaccia” si cuoceva nei testi e una parte si mangiava in giornata, mentre l’altra si metteva via per i dì successivi. La carne si serviva in tavola solo per i grandi eventi e, di solito, si cucinavano i conigli o i polli allevati. Il brodo di gallina ripiena era la vera delizia dei banchetti delle grandi occasioni. Quella volta che si riusciva ad andare al mare, si riempivano più taniche che si poteva e poi, a casa, dall’acqua evaporata si otteneva il sale fino. Nelle botteghe a conduzione familiare si trovava il resto: il carburo per le lanterne e le candele, di cui aveva bisogno chi abitava nelle case isolate, dove non c’era la corrente elettrica; le spezie, la mortadella, le acciughe sotto sale, il concentrato di pomodoro, il baccalà, che era sempre “in torso” in una vaschetta, ed era piacevole farsi servire dal negoziante, fermarsi a chiacchierare per sapere le ultime novità o anche per ammirare i grandi vasi di vetro, i contenitori di coccio decorati a mano o i barattoli di latta traboccanti di caramelle alla menta, farina, pasta o zucchero sfusi e lasciarsi avvolgere dai loro aromi. Il bottegaio ascoltava gli avventori, all’occorrenza dava consigli e poi, con una grande paletta di legno, apriva uno scaffale con tanti cassettoni, prendeva il prodotto, lo posizionava su uno dei due piatti della bilancia in cima al bancone e sull’altro aggiungeva pesi finchè non si raggiungeva la quantità voluta. La merce veniva riposta in uno strofinaccio a quadretti, che le massaie si legavano in vita o ad un braccio, o ripiegata nella“carta matta”, un materiale spesso, assorbente e di colore marroncino- ocra. Non c’erano le borse di plastica! Droghieri e fornai erano assi in matematica, perchè facevano i conti a mente o a mano, incolonnando le cifre sui sacchetti del pane, senza l’ausilio di bilance elettroniche o calcolatrici. Non esistevano gli scontrini, i registratori di cassa e le carte di credito. Si pagava con moneta sonante o si diceva: “Met’ an cont!”. Il venditore estraeva dal cassetto il suo taccuino un po’ sgualcito pieno di asterischi e righe e segnava l’importo della spesa, sicuro che il conto sarebbe stato saldato all’arrivo dello stipendio o della pensione. A fine mese si sentiva esclamare: “A vag a pagar al debto a la butega!”. Il fatto che la povertà fosse estrema si capisce da un’espressione usata quando si acquistavano la pasta o il caffè: “AT’ ghè caidun malad an ca’?”

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