Campionato di Giornalismo la Nazione

La via dell’accoglienza

L’EMIGRAZIONE di popolazioni dai paesi poveri verso quelli ricchi è un fenomeno inarrestabile, antico quanto l’uomo e con il quale dovremo imparare a confrontarci per moltissimo tempo. L’Italia stessa ha conosciuto bene, nei due secoli passati, la sofferenza e la fatica di chi lascia casa e affetti e va, da emigrante, in terre lontane, alla ricerca di un futuro migliore. Questa stessa motivazione è alla base, oggi, dei viaggi della speranza che vedono fra i maggiori protagonisti, i migranti provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente, da quelle zone del mondo in cui la vita umana ha lo stesso prezzo di un viaggio in gommone. Masse ingenti di persone, ciascuna col proprio bagaglio culturale e con i propri sogni, dirette da noi per sfuggire alle guerre e alla fame dei loro paesi. Sono donne, uomini e bambini: molti muoiono annegati in mare, nel silenzio assordante di un’indifferenza complice. Accanto al problema dell’accoglienza delle continue ondate di profughi e alla necessità che essa venga attuata all’interno della legalità, sempre più stringente è quello dell’integrazione, legato, in particolare, alla presenza islamica nel mondo occidentale. Convivere non è la missione di un solo popolo o di una sola religione, ma responsabilità di tutta la collettività umana, chiamata a realizzare questo ideale, attraverso il dialogo e la conoscenza. I diritti e i valori fondamentali di ciascun individuo sono la base per una reale integrazione e il presupposto per una serena convivenza. In tutte le dichiarazioni universali, tuttavia, i diritti fondamentali dell’uomo sono sempre coniugati con i doveri, e la nostra tradizione dell’ospitalità non può essere confusa con la rinuncia ai principi e valori che hanno accompagnato il cammino della civiltà occidentale. E’ necessario quindi che gli immigrati conoscano la nostra lingua, le nostre leggi, i doveri sociali e li rispettino, a partire dalla nostra Costituzione e dai principi fondanti dell’Unione Europea. Accettare questo denominatore comune non significa rinunciare alla propria religione o rigettare le proprie tradizioni, ma porre le fondamenta per un dialogo e un confronto tra realtà differenti, nel quale nessuno venga a perdere la propria identità. La nostra civiltà non scompare per la presenza di altre nazionalità. Siamo noi a doverla proteggere, aprendoci anche alla conoscenza dell’altro, all’ascolto di ciò che una cultura diversa dalla nostra ha da offrirci, in uno sforzo di comprensione reciproco, il cui punto di partenza non può che essere la scuola. Fra i banchi deve iniziare il lavoro di educazione al rispetto e alla diversità culturale. Ogni giorno.

Classi 2E, 3E

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