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Consumo consapevole, o no?

OGGI il modo di fare la spesa è cambiato. Il cambiamento è lo specchio di un mutato stile di vita, che sembra aver dimenticato i ritmi più naturali di un tempo. L’esempio è l’aumento del consumo di cibo precotto o già pronto, perché la vita frenetica non ci permette di dedicare tempo alla preparazione casalinga dei pasti. Ciò porta anche a pranzare o cenare nei fast food che propongono pasti veloci, come richiede il ritmo di vita, ma anche di bassa qualità e poco sapore. Il consumo di questi cibi, tra l’altro, anestetizza il palato, facendoci propendere per gusti poco decisi, blandi, quasi «artificiali». Altra causa di questo cambiamento è la trasformazione della famiglia che, da anni, tende a diventare mononucleare. I single, oggi più numerosi rispetto a prima, tendono a trascorrere poco tempo in cucina e ad acquistare prodotti preconfezionati e in monoporzione, producendo, tra l’altro, un volume maggiore di contenitori da smaltire. Sta inoltre scomparendo la figura della massaia, la donna che si occupa delle faccende domestiche, di amministrare la casa e di fare la spesa, gestendo la quantità e la qualità degli alimenti. Le famiglie di oggi, quindi, tendono a comprare quantità di cibo superiori al necessario per paura di non riuscire, durante la settimana, per mancanza di tempo, a rifornirsi nei supermercati. Tutto questo porta a uno dei problemi più difficili; lo spreco alimentare. Stando alla FAO, oggi nel mondo si perde o si spreca più di un terzo del cibo prodotto, trasportato e distribuito, l’80% del quale, equivalente a 6,7 milioni di tonnellate di cibo, sarebbe ancora consumabile. Nei paesi più poveri gli sprechi sono dovuti principalmente a raccolti perduti, mentre in Europa il 40% avviene nelle nostre dispense e nei frigoriferi. Nel nostro Paese gli sprechi domestici sono i più rilevanti, raggiungendo un costo di miliardi di euro, come rivelano recenti statistiche. Nell’articolo «Spreco ed educazione alimentare», Andrea Segrè, docente all’Università di Bologna, che da anni si occupa di questo fenomeno, ha calcolato che nel 2013 «lo spreco domestico è costato agli italiani 8,7 miliardi». Se recuperata, tutto questo cibo gettato potrebbe limitare la fame nel mondo. Ma ridurre lo spreco domestico? Ci sono diversi modi. Il primo passo, per citare Segrè, deve essere l’educazione alimentare, partendo da una lista della spesa che ci faccia acquistare solo il necessario. In secondo luogo porre attenzione alla conservazione dei cibi attraverso la lettura delle etichette. Altra buona pratica è limitarsi a cucinare solo quanto si prevede verrà consumato. In caso contrario, ricorrere alle ricette delle nostre nonne, esperte nell’arte del riciclaggio. Se un tempo riciclare gli «avanzi» era dettato dalla necessità economica, oggi è un imperativo etico. E’ necessario ridare il giusto valore al cibo, che non deve essere spazzatura né finire nella spazzatura. Il primo è un crimine contro la salute dell’uomo, il secondo contro il pianeta Terra.

Classi 3A, 3B

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