Campionato di Giornalismo la Nazione

In fuga da guerre e pericoli

LE TRAGICHE immagini di barconi carichi di migranti soccorsi in mare ci sembravano fino a qualche tempo fa lontane dalla nostra realtà quotidiana. Recentemente però abbiamo visto comparire i volti di quelle stesse persone anche nei luoghi in cui viviamo. “Sono troppi…”, “Lo Stato spende soldi per loro e non per gli italiani”: ecco cosa si sente dire, talvolta. Ma è proprio così? Le informazioni forniteci durante un incontro con il sindaco di Fucecchio Alessio Spinelli, delegato dell’Unione dei comuni dell’Empolese Valdelsa alle politiche migratorie, sono servite a chiarirci le idee. Innanzitutto le persone presenti sul nostro territorio e che usufruiscono di assistenza non sono genericamente immigrati, ma profughi richiedenti asilo, vale a dire che fuggono da situazioni di pericolo, mettendo a rischio la loro sopravvivenza. La Toscana ne accoglie il 6% sul totale italiano e le 70 persone presenti nel comune di Fucecchio sono un numero compatibile con le dimensioni del territorio. I soldi che assegna lo Stato (circa 33 euro a persona) non vanno direttamente a loro, ma alle associazioni che si occupano di accoglienza sul territorio e sul territorio vengono spesi. I comuni possono rifiutare di accogliere queste persone? Sì, ma come ha detto il sindaco, questa non è una soluzione al problema. Si tratta di persone che fuggono da situazioni di estremo pericolo e disagio, affrontano un viaggio che mette a rischio la loro stessa vita per cercare una speranza di salvezza, una prospettiva futura e noi non possiamo negare questo diritto fondamentale. Inoltre rifiutarli, costruire barriere o muri serve solo a far crescere la rabbia e il desiderio di abbattere questi stessi muri. Certo l’accoglienza deve essere adeguatamente gestita, ed è vero che non possiamo accogliere tutti. Bisogna individuare coloro che si trovano veramente in una condizione di necessità e questa selezione viene effettuata al momento dell’arrivo in Italia: Se ne occupano i centri di identificazione, ma anche a livello locale è necessaria un’adeguata gestione. I Comuni della nostra zona hanno adottato il modello di accoglienza diffusa che prevede nuclei di poche persone sparsi sul territorio, dislocati in diversi edifici messi a disposizione anche da privati. Ciò rende più facile il controllo e l’integrazione. L’ideale sarebbe che riuscire ad agire nelle loro nazioni di provenienza, migliorando le condizioni di vita nei loro Paesi. Chi può desiderare di abbandonare i luoghi dove è nato, le persone care, gli amici se può vivere dignitosamente? Finchè però questo non sarà realizzato bisogna «saper accogliere».

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